Matisse e Mattia . . . Storie Vere
- 4 giorni fa
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Come oramai sapete tutte le Storie Vere che scriveremo su questo Blog nella sezione Narrazioni Racconti e Storie Vere inizieranno con la celebre frase di Romano Battaglia: "Tutto comincia in un attimo, in un giorno qualunque della vita quando meno te lo aspetti". Una riflessione importante questa che sottolinea l' imprevedibilità della vita o, come direbbe Edgar Morin* l'imparare a familiarizzare con l'incertezza rimandandovi ad una buona lettura sulla "Comprensione Profonda"…
[*Per chi fosse interessato nel Gruppo di Pelosoficamente potrete trovare la biografia di Edgar Morin}

Pablo Picasso diceva:
"Ogni bambino è un artista.
Il problema è rimanere artisti quando si cresce"
Qualche settimana fa Pelosoficamente ha ricevuto la brutta copia di un componimento scritto in classe da un ragazzino delle scuole secondarie della Bassa Reggiana e abbiamo deciso, con il consenso dei genitori ovviamente, di pubblicarlo perché ha in sé qualcosa di straordinario… Di questo ragazzino non diremo null'altro non solo a protezione della privacy, ma per lasciare a voi comprendere il significato profondo della nostra scelta. . . I nomi sono di pura invenzione ma la storia no. . .

"Chi insegna, nell'atto di insegnare apprende. Chi apprende nell'atto di farlo, insegna"
(Paulo Freire)
[" Era ottobre del 2022, in una sera qualunque quando dopo la cena ci mettiamo tutti insieme comodamente sul divano a guardare la televisione. Mia mamma, invece, stava guardando il suo telefono e per caso notò una foto interessante, o comunque un musetto di cane rossiccio che aveva catturato la sua attenzione e per conseguenza anche la nostra.
Mio fratello ed io desideravamo da molto tempo un cane, lo chiedevamo insistentemente e così, quella sera, invece, di guardare la TV ci siamo tutti accerchiati al telefono di mamma e insieme ci siamo interessati a quell' annuncio per poter andare a vedere quel cane da adottare. Non mi sembrava possibile poter realizzare un sogno! Ed ero doppiamente contento perché potevamo dare una seconda possibilità, una seconda occasione a Matisse, quel cane rossiccio simile ad un Corgi.
Il giorno seguente, pedinando la mamma ed il papà, io e mio fratello abbiamo nutrito continuo interesse al fine che la mamma intercettasse il numero telefonico per chiamare e stabilire l'incontro per conoscere il cane e qualche giorno dopo siamo andati a Carpi per incontrarlo.
Mi è sembrato il viaggio più lungo della mia vita, non vedevo l'ora di incontrarlo.
Quando siamo arrivati a destinazione abbiamo conosciuto i proprietari che ci hanno raccontato la storia di Matisse.
Lo avevano preso da cucciolo ma se ne volevano sbarazzare perché mordicchiava e non si comportava da cane normale. Ci hanno raccontato che lo avevano portato in addestramento in varie scuole per cani per insegnargli dei comandi come il seduto, il resta, dare la zampa e per fare in modo che diventasse più obbediente e soprattutto gestibile.
In quel momento non capivo cosa stesse succedendo, ma sapevo che se avessimo preso un cane sarebbe stato un impegno importante che avrebbe avuto un costo.
Avevamo trovato un cagnolino molto carino, anzi! Bellissimo! Ma purtroppo si trovava in una situazione molto brutta e, se noi non lo avessimo portato a casa, lo avrebbero mandato al canile e chissà cosa gli sarebbe successo. . .
Dentro di me sentivo molta tensione e preoccupazione ma anche tanta paura ma poi la gioia ha preso il sopravvento e abbiamo firmato e compilato tutte le carte. I proprietari ci hanno dato tutto ciò che apparteneva a Matisse, la cuccia, i suoi giochi, i vari guinzagli, le crocchette, i premietti con il sacchetto da addestramento, le spazzole, insomma non gli mancava proprio niente: ci hanno dato il cane correlato di "dote" in pratica!
Una scena mi è rimasta impressa nella testa di quella sera: mentre lo stavamo portando via per metterlo in auto il cane ha iniziato ad abbaiare, a guaire, ad abbaiare e guaire insieme, come se stesse piangendo o implorando.
Ho iniziato a pensare che stessimo sbagliando a portarlo via dalla sua famiglia, il cuore mi batteva forte ma poi mi sono detto che lo stavamo facendo per il suo bene.
Arrivati a casa e sceso dall'auto Rochy (il suo nuovo nome) ha iniziato a correre all'impazzata e dall'emozione, credo, ha rotto con un morso, la maglia di mio fratello.
Quella sera ci ha costretti a chiuderlo fuori di casa, in giardino, perché non potevamo fidarci di lui.
Rochy non si calmava, era inavvicinabile e continuava a comportarsi da "non normale" al punto che mio padre era quasi persuaso di portarlo lui stesso in canile e chiudere definitivamente l'esperienza cane.
Io mi sono imposto a questa pessima idea dicendogli che non fosse la scelta giusta e gli ho detto di tenerlo, mi sono opposto alla sua decisione e a quella scelta, ma sapevo che la mia posizione non sarebbe durata molto e dovevo trovare una soluzione.
A questo punto entra in gioco la mamma di un mio amico che avendo anche lei vissuto una situazione simile a quella di Rochy ci ha consigliato di chiamare un'educatrice che avrebbe potuto aiutare Rochy e la mia famiglia.
Non sapevamo più cosa fare e quindi abbiamo deciso di chiamare l'addestratrice accordandoci per un incontro.
Questa scelta è stata la miglior che potevamo prendere.
Quando è arrivata ci siamo presentati e ha conosciuto il cane mentre noi le raccontavamo la sua storia secondo ciò che ci avevano raccontato i proprietari precedenti. Lei ha capito subito perché Rochy esibisse quel comportamento e ci ha spiegato che quel che Matisse avesse imparato a fare nelle varie scuole con i precedenti proprietari era sostanzialmente un'imposizione simile al ricatto che gli imponeva di obbedire in cambio di qualcosa. Ma la domanda era? E se Rochy decideva di non obbedire? E se Rochy decideva di non farsi mai bastare quei premietti di ricompensa? E quando lui esibiva quei comportamenti appresi in campo di obbedience o agility senza un motivo per farlo, noi cos'avremmo dovuto fare? Cos'avremmo dovuto fare ogni volta che ci mordeva le caviglie o le mani o i vestiti senza un'apparente ragione?
Ci dovevamo chiedere cosa fosse accaduto a Matisse quando non eseguiva i comandi, o quando esigeva i premietti, o quando esibiva dei comportamenti strani. . . Forse era stato picchiato? Sgridato? Punito?
Perché si comportava così?
I proprietari precedenti avevano persino preso la decisione di castrare Rochy all'età di sette mesi convinti che così si sarebbe calmato e, invece, anche quel tentativo non aveva portato risultati.
Dopo un lungo percorso con l'educatrice e i suoi cani, Rochy non dico che sia diventato "normale", ma è sicuramente diventato un cane di cui ti puoi fidare; possiamo accarezzarlo senza che lui ci morda, anzi! Adesso è lui che viene a cercare le coccole e la nostra presenza.
Mi ritengo il "salvatore" di Rochy perché se non mi fossi opposto a mio padre ora sarebbe in canile o morto.
Quando ho scelto di tenerlo è perché ero convinto e sicuro che Rochy sarebbe diventato un cane normale e, in effetti, oggi, vive in casa con la mia famiglia ed è diventato un cane totalmente diverso e questo mi rende davvero felice perché Rochy ha trovato una famiglia come la mia che anche se in certi momenti non ne poteva più di lui, ha deciso di portare avanti quel rapporto con lui e di farlo diventare come tutti gli altri cani."]

Al di là della struttura del testo che è tipica dell'età scolare in cui Mattia si trova, nel componimento, il ragazzo mostra una buona capacità di strutturare un racconto complesso con una sequenza temporale chiara e un'analisi introspettiva dei sentimenti ("In quel momento non capivo cosa stesse succedendo" "sapevo che non sarebbe durata molto la mia scelta"). Il tema della responsabilità dell'animale e l'opposizione alla volontà del padre indicano una maturità emotiva tipica dell'adolescenza.
Ma sono davvero queste le sfumature da cogliere?
Questo tema è ricco di contenuti densi sia dal punto di vista etologico, che dal punto di vista psicologico e relazionale e ha un enorme valore pedagogico non trovate?
L'uso ricorrente delle virgolette utilizzato da Mattia intorno alla parola "normale" non suggerisce secondo voi che il ragazzo abbia la percezione del peso delle aspettative sociali? Quel conflitto interiore nasce perché il cane non aderisce alle aspettative; quel conflitto interiore nasce perché il cane non aderisce allo standard del così detto "cane da salotto"
Ho trovato molto affascinante come il ragazzo passi dal desiderio di avere un cane "normale", all'accettazione di un cane di cui "ti puoi fidare" spostando il focus dalla forma alla sostanza; dall'obbedienza alla relazione e, precisamente, nella relazione di fiducia!

Il passaggio in cui Mattia ci spiega il passato del cane è un passaggio tecnicamente cruciale poiché viene descritto il fallimento di un approccio basato sul condizionamento operante per lo più finalizzato alla performance (sedersi, dare la zampa, ecc.) ottenuto tramite premietto, o minaccia o ricatto scrive precisamente Mattia: "Forse era stato picchiato? Sgridato? Punito? . . . Perché si comportava così? " . . . Ma l'aspetto etologicamente più interessante è quando Mattia nel testo identifica che il morso non è cattiveria, ma uno sfogo ad un trauma da controllo eccessivo in cui il cane non stesse imparando a comunicare e relazionarsi ma solo ad eseguire sotto stress.
Il racconto di Mattia porta alla luce ed evidenzia una frattura generazionale:
Il padre rappresenta l'approccio utilitaristico e sbrigativo: se il problema persiste e il cane non è "normale", si elimina il problema portando il cane al canile.
Il ragazzo assume così il ruolo di tutela attiva e dice di imporsi alla scelta del padre dimostrando lo sviluppo di un'etica della cura che supera l'autorità genitoriale.
L'impatto emotivo del distacco di Matisse dai suoi proprietari mostra un'osservazione del cane che piange mentre viene portato in auto perché, secondo Mattia, il cane pensa di aver fatto un'azione sbagliata o di non dover lasciare i suoi proprietari. Un tipico esempio di empatia proiettiva, anche se tecnicamente è un'interpretazione umana dei sentimenti del cane, dimostra come il ragazzo "legga" con attenzione emotiva ogni segnale comunicativo dell'animale cogliendone anche i vocalizzi e cercando di comprendere lo stato emotivo interno senza limitarsi a subire il rumore o il fatto in sé.

Molto interessante il passaggio in cui due figure esterne, la mamma dell'amico e l'addestratrice/educatrice, abbiano cambiato la traiettoria non solo della vita del cane ma dell'equilibrio familiare determinandosi come successo quando la famiglia ha deciso di affrontare e portare avanti il rapporto, nonostante la fatica, trasformando così la gestione di un problema in un percorso di crescita e rinascita collettiva.
Sarei davvero molto curiosa di sapere come l'insegnante abbia accolto il testo; personalmente credo che il testo di Mattia sia un documento che testimonia il passaggio da una visione del cane come oggetto che deve funzionare in un certo modo, a quella del cane come soggetto da accogliere e comprendere che diventa parte di una storia e, questo passaggio per Gregory Bateson, è l'apprendimento III, ma ne parleremo altrove.

Credo che questa sia una riflessione profonda che tocca il cuore della pedagogia della relazione: quando un ragazzo narra un'esperienza di questo tipo sta compiendo un atto di auto-educazione che, come suggerisce Paul Freire riverbera un insegnamento per chiunque lo legga e lo ascolti.
Il momento in cui il ragazzo si impone con il "no" al padre non è un atto di disobbedienza o di ribellione fine a sé stessa ma la nascita della coscienza morale individuale. Insegna che la giustizia, in questo caso la vita del cane, può avere una priorità superiore all'obbedienza gerarchica. Pedagogicamente questo è il passaggio dell'eteronomia (seguire le regole degli altri) all'autonomia (seguire la propria legge morale).
Il ragazzo insegna agli adulti che la sensibilità non è debolezza ma una forma di coraggio civile e sociale.
Mattia decostruisce il pregiudizio della "normalità"; utilizzando le virgolette quando sceglie questa parola dimostra di aver capito che la normalità è spesso solo una maschera della comodità e in fondo, anche un concetto molto relativo.
Mattia ci insegna che ogni presunto comportamento "deviante" o "fuori norma" o "fuori dalle aspettative" come ad esempio il morso del cane o l'irrequietezza descritta, hanno una radice, forse storica, forse traumatica, ma hanno una radice! E pedagogicamente parlando questo sposta l'attenzione dal giudizio (il cane è cattivo) alla comprensione (forse il cane è una vittima).
Benché non sia esplicito ma solo implicito, Mattia nel racconto ci fa riflettere anche tra un dibattito tutt'oggi acceso che si innesca tra educazione-addestramento, la prima, l'educazione cerca di costruire le basi per l'espressione del sé, la seconda, l'addestramento, addestra a fare azioni, a fare delle cose, letteralmente a rendere destro, capace. . .
Mattia ci indica la strada della trasformazione di Rochy che non avviene per magia ma attraverso molti mesi in un cui si snoda un percorso; il che esplicita la pazienza in una società del "tutto e subito" rendendo questo tema un manifesto sulla temporalità della cura.
Ci insegna che la fiducia non si pretende, si abita.
E ci dimostra che riparare un legame richiede tempo, un tempo che non può essere abbreviato ma solo rispettato!
E ci mostra che è un percorso che richiede pazienza. . .
"Un giovane studente ci racconta, in un tema, l'incontro con un cane segnato dal passato e forse da coercizione e, difronte alla proposta della famiglia di rinunciare all'animale a causa della sua reattività, il ragazzo sceglie la strada della responsabilità individuale, opponendosi alla decisione degli adulti. Attraverso un percorso guidato il ragazzo scopre che l'aggressività era solo una parte del linguaggio di difesa contro un addestramento. La storia si conclude con la conquista di una fiducia reciproca capace di trasformare un fallimento educativo in una testimonianza di come l'accoglienza e la comprensione della storia dell'altro possano far ritornare a vivere.
Cosa ci insegna questa storia?
Ci insegna che l'essere umano diventa tale, umano appunto, quando si prende cura di ciò che è fragile non perché gli sia utile ma perché riconoscere l'altro, animale e uomo che sia, risiede la parte importante dell'esistere; comprende che in quel riconoscere l'altro, l'umano, vede anche sé stesso in un rimando continuo e senza posa a conferma dell'esserci. . .
L'atto di educare è un processo reciproco e riconoscere l'altro è saper veder un di più, è un saper vedere al di là di un semplice "io", significa riconoscere un Noi che è qualcosa di molto più grande di un semplice "io" ; è un Noi che ci contiene e si alimenta senza posa. . .
Non esitate a commentare e a scriverci: costruire un Noi è fornire una mente costruttiva e solida alla Pelosophìa
Grazie a tutti e soprattutto ringrazio Mattia per aver arricchito le nostre Storie Vere con un racconto prezioso. ..
Lorena Bianchi © Pelosophìa di Pelosoficamente
Tutti i diritti riservati.



Caro Mattia sei stato semplicemente F A N T A S T I CO ! ! ! Con la tua giovane età hai saputo cogliere mille sfumature dei sentimenti e del carattrre del tuo nuovo Amico. Hai avuto molti dubbi, ma una sola certezza : va fatta la cosa giusta!! Tu hai avuto la determinazione che gli adulti non hanno avuto.
I "grandi" corrono tra mille impegni e a volte, non riescono a rallentare per potersi chiedere: quell'abbaiare cosa significa?? Tu invece hai notato il guaire e l'abbaiare...il sentimento dell'abbandono...la richiesta del premio...il dover fare la cosa giusta...e tanti altri sentimenti così invisibili agli occhi di chi corre e così visibili ai tuoi occhi puri, senza pregiudizio, senza voler d…
Questa storia scuote l 'anima,ricordandoci la straordinaria forza e innocenza con cui i bambini affrontano la vita.
Bellissima
Bellissima storia ,che fa davvero riflettere .complimenti a quel bambino che ha saputo cogliere e andare oltre .trasformando il tutto in positivo