La storia di Nino... Storia vera
- Pelosoficamente

- 29 nov 2025
- Tempo di lettura: 4 min
Aggiornamento: 30 dic 2025
Tutte le storie vere che racconteremo in questa sezione inizieranno con la celebre frase dello scrittore ligure Romano Battaglia. Una riflessione importante che sottolinea l' imprevedibilità della vita o, come direbbe Edgar Morin, occorre imparare a familiarizzare con l'incertezza...

Tutto comincia in un attimo, in un giorno qualunque della vita, quando meno te lo aspetti."
Stavo dormendo al calduccio con i miei tre fratellini accanto alla mia mamma quando all'improvviso una mano mi afferrò e da quel momento non vidi mai più la mia mamma né i miei fratellini.
Ero terrorizzato, al buio, al freddo e mi sentivo dondolare al punto che vomitai.
Non capivo cosa stesse accadendo. Non vedevo niente. Non avevo mai sentito quei rumori, quegli odori e non ero mai stato in nessun posto senza la mia mamma.
Ero pietrificato.
Improvvisamente smisi di dondolare e quel rumore cessò.
Quando aprirono il coperchio della scatola mi sono fatto più piccolo che potevo ma quella mano, molto più grande di me, mi ha afferrato e posato su uno straccetto. Non capivo cosa mi stessero dicendo. Ricordo solo il terrore.
La luce si spense ed io rimasi li solo, al buio, senza i miei fratelli e la mia mamma.
Non li vidi mai più.
Di tanto in tanto qualcuno apriva quella porta per darmi cibo e acqua ma io non riuscivo a mangiare da solo e non osavo avvicinarmi a quegli odori senza il permesso della mia mamma.
Ero piccolo, disorientato e spaventato. Non potevo capire ciò che non avevo mai visto prima.
Per molto tempo ho atteso che la mia mamma venisse a riprendermi. Mi mancava così tanto. Ma non arrivò mai.
Mi piace pensare che sia riuscita a fuggire e a portare con sé i miei fratelli.
Così mi sono rassegnato e quando aprivano la porta tentavo di uscire, avevo bisogno di correre, di annusare l'erba e di guardare il cielo.
Un giorno mi rimisero nuovamente nella scatola, dondolai per molto tempo e, infine, quando aprirono la scatola, mi presero e mi misero nelle mani di una donna che mi strinse forte.
Non entrai mai più nella scatola.
Intuivo che questa donna volesse qualcosa da me ma non la capivo e comunque, la mia diffidenza verso quelle mani e quelle voci aveva sempre il sopravvento.
Nella casa dove mi avevano portato potevo camminare ma non dappertutto e ho impiegato tempo a capire dove potessi andare e dove no, ma nel frattempo, quando facevo pipì, non so per quale ragione, quella donna mi infilava la mia bocca dentro la mia pipì; se facevo popò mi sgridava. Io ero piccolo e non potevo controllarmi, giuro, non lo facevo apposta. Comunque io e lei non ci capivamo per niente. Mi toccava, mi sollevava, mi baciava ed io proprio non lo tolleravo.
Anche lì restavo molte ore da solo.
Un giorno però io e quella donna siamo andati in un posto dove c'erano tanti cani, o almeno, ne sentivo l'odore, ho cercato ovunque la mia mamma, i miei fratelli, finendo per sentire urla e strattoni intorno al collo da quella donna e credo che quel giorno abbia deciso che io dovessi andare a scuola.
Abbiamo cambiato tante scuole. Se non andavamo a scuola aspettavamo una sua amica seduti sulla panchina a ridosso di una strada trafficata, dal rumore assordante, che mi terrorizzava. Quando la sua amica arrivava portava con sé una cagnetta più grande di me che mi dava filo da torcere. Loro credevano che noi giocassimo, ma invece, ce le davamo di santa ragione ma per fortuna io correvo più forte!
Non era per niente divertente quella vita, così iniziai ad oppormi, provai a combattere con tutto e tutti, guai a chi si avvicinava!
Una sera, improvvisamente, quella donna mi mise in una piccola gabbietta insieme a tutte le mie cose. Mise la gabbietta su un sedile di un auto e non la vidi mai più. Era buio e non so dove stessimo andando.
In auto con me c'erano due cuccioli umani e due adulti umani. Restai fermo. In silenzio.
Quando l'auto si fermò mi portarono in casa e aprirono la gabbia. Erano felici, credo, ma io non esitai a dir loro di lasciami in pace. Ero stato maldestro e poco carino ma ero stanco, terrorizzato e rassegnato. Avevo deciso di prendere molte distanze dagli umani, dai gatti e dagli altri cani. Ed ero molto triste.
Loro non mi portavano a scuola. E non mi portavano sulle panchine, né a ridosso delle strade trafficate.
Avevano paura di me ed io di loro, quindi mi confinarono in un giardino da solo. Di tanto in tanto uno dei cuccioli umani si avvicinava alla siepe e lasciava li per me un bocconcino delizioso. Si accontentava di guardarmi da fuori, senza toccarmi, senza avvicinarsi, stava li semplicemente, fermo a guardarmi.

Una mattina uscirono tutti, come al solito e, oramai sapevo dopo quanto tempo sarebbero tornati e mi misi tranquillo a sonnecchiare, ma all'improvviso ho sentito il rumore di un'auto e un attimo dopo il cancelletto aprirsi.
Non avevo mai sentito il rumore di quei passi...
Volevo avvisare qualcuno ma non mi avrebbero sentito.
Davanti a me c'era un umano e due cani, uno gigante. Ho lottato con loro, ho provato disperatamente a mandarli via a chiedergli di lasciarmi in pace.
Non sono riuscito ad avere la meglio e quell'umano mi ha caricato sull'auto insieme a quei cani sconosciuti.
Il viaggio è durato poco e quando mi hanno fatto scendere non credevo ai miei occhi.
Mi hanno sempre aspettato e osservato. Non mi chiedevano nulla, non parlavano e non interagivano con me.
Un giorno quando meno te lo aspetti, tutto comincia, in un attimo, in un giorno qualunque della vita...
Quel grande cane fu un grande maestro per me e iniziai a fidarmi di lui e attraverso i suoi occhi ho incontrato Mattia, quel cucciolo umano che ogni giorno si accontentava di guardarmi da lontano, al di là della siepe.
Ho capito cosa c'era nei suoi occhi, nei suoi silenzi e al caldo delle sue braccia.
Lorena Bianchi

Ti è piaciuta la storia di Nino?
Scrivilo nei commenti!




Commenti