I 10 passi di Pelosophìa... il punto di vista dell'altro...
- Pelosoficamente

- 21 dic 2025
- Tempo di lettura: 7 min
Aggiornamento: 26 dic 2025
Pelosophìa... il punto di vista dell'altro da me, il punto di vista dell'animale e, di una rete di relazioni interconnesse...
Rinunciare all’ "io penso".
Prepararsi all’inventario personale, ammettere gli errori e recuperarli quando possibile.
Sostituire il credere che con il sentire come e, con il percepire come.
Prendere consapevolezza della narrazione.
Prepararsi al senso di vertigine per uscire dagli schemi.
Affrontare è lo strumento e, l'umiltà è l'ingrediente verso la via della risoluzione.
Porsi delle domande senza necessariamente esibire delle risposte.
Prendere dimestichezza con l’osservare come.
9. Ascoltare come mezzo di riconoscimento.
10. Accettare l’individualità altrui e trarne vantaggi di feeling.
Rinunciare all'io penso ci rimanda immediatamente e, inevitabilmente, che lo sappiamo o meno, all'epoca di Descartes, a quel "Penso dunque sono", al "cogito ergo sum, volto all'indubitabile rivelazione cartesiana che la certezza stessa dell'esistenza del pensiero fosse la base della conoscenza e, poichè abbiamo sempre pensato cartesianamente, e, creduto dunque, che gli animali non pensassero e, per conseguenza logica, che non conoscessero e, nemmeno che fossero esseri senzienti (...e per comodo! Come all'epoca cartesiana!), quando ci viene proposto imperativamente di dover compiere lo sforzo di rinunciare all' IO PENSO, ecco che l'umano, che è un essere pensante di sé stesso, barcolla.
E se Descartes avesse pronunciato "sogno dunque sono"? Avrebbe avuto tanto peso nel cambiamento di paradigma epocale dell'io penso e del pensare a noi stessi? Del resto è il metodo del dubitare che ci insegna lo stesso Descartes che porterebbe a trovare le verità assolute... Ma il dibattito su Cartesio lo lasciamo ai filosofi, ai matematici e agli scienziati, qui a Pelosoficamente dobbiamo interrogarci del perché sia importante prendere dimestichezza con il primo passo di Pelosophìa e rinunciare a quell'io penso enunciato tra 1500 e 1600 d.C...

Vi chiedo di riflettere se secondo voi il peloso, o l'animale con cui convivete o, con il quale vi rapportate, possiede un pensiero su sé stesso e, se secondo voi possegga un "IO"... (non ho scritto un io pensante! Solo un IO).

Gli animali che ho incontrato sanno di sé ma non possiedono un "Io". Essi sono (ossia esistono) solo in virtù dell'altro da me e, di una rete di relazioni interconnesse; relazioni chimiche, ormonali, di ereditarietà, esperenziali e, così via...
Robinson Crusoe (romanzo di Daniel Defoe, 1719), per chi l'avesse letto, ce lo insegna perfettamente, in quanto egli, senza Venerdì, l'indigeno dell'isola in cui era naufragato, non avrebbe potuto nemmeno sapere di sé e, con ogni probabilità, sarebbe letteralmente impazzito!

Rinunciare all'IO penso è un esercizio, paradossalmente, molto fruttifero in natura.
La sophìa animale, ossia la sapienza animale, ci illumina su questa preziosa capacità di rinunciare all'Io e, uno degli esempi fra i tanti, è che la mia possibilità di sopravvivere nella foresta è molto più alta se siamo un Noi, se siamo un branco, se siamo insieme...
In quel Noi vi è molto di più del solo Io!
Vi è io-e-gli altri- in interconnessione... E qui deve entrare in gioco il passo numero due, l'ammissione di aver compiuto molti errori, in primis, errori di pensiero, tra cui quello di non essere in grado di pensarmi in compresenza anche con il mio pesce rosso.
Per noi umani è davvero difficile porci alla stregua di un moscerino, eppure, è esattamente ciò che è più utile a quel Noi. E vi garantisco che è difficile tanto quanto per l'alcolista ammettere di essere sobrio da x giorni. O per il fumatore smettere di fumare...
Sono meccanismi mentali che dipendono dalla cultura assodata che ci troviamo davanti quando nasciamo, dalle emozioni, dal nostro porci e dalla nostra capacità di adattamento; hanno a che fare con un legame profondo e lontano dall'oggi che racconta da dove proveniamo, che narra come ci siamo co-evoluti, trasformati e, così via...
Eppure, se ci soffermiamo sull'asse del tempo, per quanto sia difficile, ci accorgeremo immediatamente che le cose non possono essere sempre state così. Millenni fa c'era buio, non c'era la cementificazione, non c'erano le strade né la rete e, quegli esseri sapiens, che insieme agli animali hanno condiviso la Terra, come hanno potuto co-abitare? Cos'hanno imparato gli uni dagli altri?
Meglio fumare un'altra sigaretta, scriverebbe Italo Svevo, nella Coscienza di Zeno.
Sì! Perché per noi umani è davvero difficile riesumare certe riflessioni che attraversano il tempo e l'immaginazione. Tuttavia, con estrema certezza, che lo sappiate o no, queste informazioni "antiche", ataviche e lontane da noi, apparentemente perdute, sono già dentro di noi, o meglio, sono ancora dentro di noi e appartengono al sistema evolutivo e trasformativo che portiamo dentro il nostro cervello antico, proprio in prossimità della nuca. Abbiamo in noi tutto ciò che ci serve per compiere lo sforzo di riflessione sulla co-evoluzione e per poterci dunque mettere, più o meno comodamente, nei panni dell'altro eliminando il credere che e sostituendolo con il sentire o il percepire come, prendendo al contempo dimestichezza con la narrazione che abbiamo in noi di una certa situazione, esattamente come la storia della cicogna che trovate nel Blog. Le nostre credenze, infatti, sono strettamente connesse alle narrazioni che noi ci raccontiamo o a quelle che troviamo già alla nostra nascita, nell' intorno a noi.
Sapete quante volte sento la frase: "ma io credevo che..."

Prendere in esame altre prospettive, altre visioni, altre riflessioni e, uscire dagli schemi, è un esercizio faticoso che ci fa inevitabilmente dubitare, provare un sentimento di inadeguatezza, di incertezza, o come direbbe Gregory Bateson, uscire dagli schemi ci fa provare un senso di vertigine.
Sì! Uscire dagli schemi può dare un senso di vertigine perché noi siamo esseri umani ancorati ad abitudini di pensiero e, a forme del pensarci, che ci rendono stabili, ci rimandano certezze, tuttavia ogni tanto, uscire dallo schema, può essere rivelativo.
Uscire dagli schemi di pensiero è la prima interessante forma di saggezza animale osservabile in natura soprattutto se legata alla sopravvivenza e alla conservazione della specie. E la si può osservare sapientemente, accreditando una forma di intelligenza, come diceva Darwin, anche ad un lombrico, o nella formica, nelle api, e, così via, prima di coglierla nell'aquila o nei salmoni.
Quando montiamo in sella al cavallo, al cammello o all'elefante, o al delfino, è lui che sta compiendo lo sforzo di uscire dallo schema.
Il gatto che abita in appartamento con noi, l'uccellino, il topolino, o il cane, escono dai loro schemi mentali e istintuali.
La volpe che chiede al piccolo principe di essere addomesticata, sta uscendo dallo schema di pensiero...
E intanto, se siete arrivati a leggere fin qui, state già affrontando la riflessione e, con umiltà, il vostro cervello e le vostre emozioni, connesse al processo cognitivo, stanno rielaborando! E il tutto dipenderà da quanto siete disposti a mettervi in gioco per voi stessi e per l'altro nel guardare verso quel Noi più grande dell'io penso.

Chi vive con un cane ad esempio, sa perfettamente che è lui a compiere il grande sforzo di comunicare con noi, di adattarsi a noi, di compiacerci e anche capirci...
In fondo non hanno molta scelta gli animali che decidiamo di portare nella nostra vita...
E se anche noi compissimo tale sforzo, che, se lo compie un cane , non vedo la ragione per la quale l'umano non possa farlo, cosa ne uscirebbe?
Ne uscirebbe un sapersi riconoscere in un ascolto conoscitivo e relazionale con l'altro da me.
Sapere ascoltare oltre l'udito, oltre la visione in sé, oltre quelle credenze radicate che abbiamo, significa ripulire e rievocare quel sentire atavico che ci appartiene in quanto animali e riscoprire al contempo, attraverso l'animalità, e, attraverso la saggezza animale, chi siamo e da dove proveniamo in un continuum di rimandi noti alla Natura e al mondo animale, accettando che quell'individuo che abita con noi, che vive con noi, non è solo un cane, un gatto, un pesce rosso, o un moscerino, ma un soggetto unico al mondo che può rivelarci i vantaggi del feeling.
Ascoltare è un verbo magico di relazioni interconnesse e inter-tessute...
Lorena Bianchi

Di Feeling parleremo più avanti.
Parleremo di molto altro, ma intanto vi lascio riflettere sui 10 passi di Pelosophìa.
Scriveteci nei commenti...
LA VOSTRA VOCE è IMPORTANTE!
Qui troverete un passaggio di Gregory Bateson

"Quale struttura [trama-pattern] connette il granchio con l'aragosta, l'orchidea con la primula e tutti e quattro con me? E me con voi? E tutti e sei noi con l'ameba da una parte e con lo schizofrenico dall'altra?". Gregory Bateson "Verso un'ecologia della mente", Adelphi
L'idea di fondo è che non esista una separazione netta tra le specie, ma un continuum di relazioni e di differenze basate su principi comuni interconnessi, realizzando così che la vita è un'unica e vasta "rete" di significati e di informazione e, che vi sia una somiglianza di processi che si ripete in scale diverse dal micro-organismo all'umano, dal mondo vegetale a quello animale anche tra esemplari diversissimi.
Trame o danze relazionali (evolutive e strutturali) che legano tutti gli esseri viventi, evidenziando così l'unità profonda dell'ecologia della mente e della vita.
Una vita che si è co-evoluta fin dalla notte dei tempi con gli animali, con la natura e con le narrazioni..

I "Dodici Passi dell'Anonima Alcolisti ", A A sono stati studiati e analizzati dal punto di vista terapeutico da Gregory Bateson che, con le sue analisi ha contribuito a comprendere meglio il funzionamento e il meccanismo dei dodici passi di Bill Wilson. In particolare Bateson si è concentrato sul concetto di risveglio spirituale e mentale e sul cambio di paradigma: deuteroapprendimento, ovvero, imparare ad imparare che i Dodici Passi promuovono riconoscendone il valore terapeutico e comunicativo.
Pelosoficamente





Convivo con il mio quarto cane. I primi tre erano i cani coi quali avevo un legame profondo, ma per insegnargli a non fare i loro bisogni in casa, oppure a non tirare col guinzaglio, la regola era: dagli una sculacciata!!! Poi è arrivato il mio ultimo cucciolo..prima lessi libri, poi mi affidai ad una educatrice cinofila e qui...si aprí un mondo nuovo per me. Con i primi tre cani, penso , puroppo, non sia quasi mai esistito l'IO, ma solo il noi. Le loro esigenze erano sempre legate alla nostra attenzione o meno verso i loro bisogni. Adesso siamo molto più attenti a ciò che il nostro cane vuole comunicarci, quindi penso che l'IO del nostro attuale cane esista,…