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Edgar Morin, una vita dedicata alla complessità

  • 31 mag
  • Tempo di lettura: 7 min

Aggiornamento: 1 giu

"La vita non si chiude, non si spegne, si trasmette. . ."

Edgar Morin.


Edgar Morin Blog di Pelosoficamente
Edgar Morin (1921–2026)

Edgar Morin si è spento all'età di 104 anni lasciandoci un’eredità immensa di opere legate da un pensiero lucido che ha attraversato la sociologia, la filosofia, la biologia, l’educazione in una straordinaria circolarità di intreccio verso un sistema da riformare che ci insegna a vivere.

La sua morte non chiude il suo pensiero ma rende l'evidenza di quanto egli è, e resterà vivente.

Morin non ha mai voluto creare una scuola o una teoria ma un modo di pensare e di ri-pensarci che restasse aperto, inquieto, relazionale.

Edgar Morin è stato uno dei pensatori più influenti del nostro tempo, filosofo, sociologo, antropologo, ma soprattutto artigiano della complessità; ha attraversato il Novecento e il XXI secolo con un’idea semplice e radicale:

non possiamo capire il mondo se continuiamo a pensarlo in pezzi separati.
Edgar Morin Blog di Pelosoficamente

Nato a Parigi da una famiglia ebraico‑sefardita, vive da adolescente l’esperienza della guerra e della Resistenza; ed è qui che si forma il suo sguardo: la realtà non è mai lineare, mai pura, mai univoca, ma è un intreccio, è contraddizione ed è incertezza. . . È da questo sentire lucido e profondo che emergono le sue comprensioni profonde, è da questa riflessione, anche un po' tormentata, che sgorgherà il suo immenso lavoro e impegno.

Morin rifiuta le discipline chiuse, lineari, frammentate; il suo impegno si destreggiava tra biologia e la politica, tra la psicologia, e l' ecologia, tra l' educazione e la comunicazione. Per Morin non era un modo per accumulare saperi ma un modo per ri-cucire ciò che la cultura occidentale ha separato.

Il suo era un modo di guardare il mondo e non ha mai smesso di interrogarsi sulla vita, sulla conoscenza, sull'umano, sulla fragilità e sulla complessità.

La sua opera più importante, La Méthode, è stato un tentativo titanico di ripensare il pensiero stesso: non più un sistema che semplifica ma un sistema che accoglie la complessità del vivente.


Edgar Morin non è stato un teorico e non era un intellettuale astratto ma un acuto pensatore, un uomo che richiede una responsabilità concreta: imparare a pensare ciò che si pensa. Imparare a vedere ciò che ci sfugge. Imparare a non ridurre il mondo per renderlo più comodo al vivente e al sociale.

Per Edgar Morin una mente non deve essere piena, deve essere ben fatta, dev'essere capace di collegare, di connettere e non solo di classificare; soprattutto, una testa ben fatta deve poter cogliere, afferrare, svelare e al contempo rendere questo stesso processo relazionale una dinamica capace di abitare l’incertezza senza farsene travolgere.
La testa Ben Fatta di Edgar Morin Blog di pelosoficamente

L'etica dello sguardo


Edgar Morin non ha solo studiato e pensato alla complessità, l’ha vissuta, l’ha attraversata, l’ha resa un’etica dello sguardo.

La complessità per Morin è un'etica della conoscenza.

Un'etica capace di cucire e accettare le contraddizioni. Un'etica della conoscenza che un modo capace di prendere dimestichezza con l' incertezza dentro una realtà che non si lascia tradurre, ridurre né definire ma un'etica della conoscenza che riconosce l'interdipendenza dei fenomeni, che tiene insieme ordine e disordine, che rifiuta la semplificazione riduttiva, lineare. Un'etica della conoscenza che tiene insieme ragione e immaginazione, individuo e collettività. . .

Un'etica del pensarci attraverso un modo di conoscere che ci consente di comprendere che l'umano è un intreccio di biologia, di cultura, di storia e di emozioni; uno sguardo etico che non cede alla semplificazione lineare per essere rassicurati in un'epoca dell'incertezza, in un'epoca che richiede risposte rapide nel tempo reale.

Una concezione circolare, ricorsiva e interconnessa del mondo in cui non si neghi l'esistenza del soggetto, delle sue contraddizioni, delle sue debolezze e delle incertezze ma una concezione complessa del soggetto che mostri che noi siamo anche delle emergenze, che mostri che siamo nella Natura ma siamo anche fuori dalla Natura in una relazione dialogica e che in tale concezione non deve perdere di vista lo sguardo di insieme.

La complessità non è un concetto o una teoria per Edgar Morin ma un’etica fondamentale dello sguardo; è la capacità di tenere insieme ciò che la cultura ci ha insegnato e, talvolta imposto, di separare: ordine e disordine, individuo e ambiente, caso e necessità, emozione e ragione, dicotomie e contrari che limitano e canalizzano i modi di pensare.

Edgar Morin ha trascorso tutta la sua vita ad interrogarsi sulla condizione umana con una lucidità rara e con un'atteggiamento profondo verso quel compito che in pochi hanno avuto il coraggio di assumersi e con l'intento di ri-formare, di ri-pensare e di ri-concepire il pensiero ma non per costruire un sistema o una teoria, ma per restituire alla conoscenza la sua dimensione più difficile e necessaria: la complessità.

In tutta l'opera di Morin la vita e la teoria non sono mai separate; la Resistenza, l’impegno politico, la biologia, la sociologia, l’antropologia, la psicologia e la riflessione sul vivente tutto in lui si intrecciano senza gerarchie.


Morin non ha mai scritto “sulla” vita: ha scritto dentro la vita.

Edgar Morin Blog di Pelosoficamente

C’è un punto, in Morin, che non smette di graffiare: non possiamo capire il mondo se continuiamo a pensarlo con una mente che lo semplifica e lo frammenta.

La semplificazione è comoda, è rassicurante ed è lineare.

La complessità, invece, è un corpo vivo, che sfugge, che ritorna, che si intreccia e che sorprende.


Morin non chiede di aggiungere informazioni ma implora di cambiare postura all'interno del filo conoscitivo divenendo così soggetto ecologico in una società-mondo.


La sua celebre idea della “testa ben fatta” non è un invito all’erudizione ma un avvertimento: una mente che accumula senza organizzare è una mente che non vede; e, una mente che non vede, ripete. . .


Per Morin ogni società emerge e ri-emerge senza posa dalle fitte intercomunicazioni tra gli individui che la compongono. . .

Conoscenza della conoscenza e comprensione sono le chiavi per individuare molti errori, la madre dell'insegnare a vivere perché avvenga una metamorfosi. . .


Morin sostiene che l’apprendimento autentico non è un trasferimento di contenuti, un condizionamento operante o un modellamento dei comportamenti e meno che meno un imbuto in cui infilare informazioni ma un evento: qualcosa che accade quando la mente si accorge di essere attraversata da ciò che non controlla. È un’epifania.

Un momento in cui il sapere non si aggiunge ma si trasforma; coincidente perfettamente con ciò che qui abbiamo chiamato comprensione profonda, un evento appunto, un qualcosa che avviene e che innesca un passaggio che per Morin è fondamentale, è un conoscere relazionale e non una conoscenza che si possiede. Ed è qui che la Pelosophìa incontra Morin.

Quando Morin afferma che il tutto è più della somma delle parti, ma anche meno e anche diverso”, sta dicendo qualcosa che l’etologia animale conosce da sempre: la relazione non è un accessorio è la struttura. Un cane, un gatto, un cavallo non “si comportano”, si relazionano e la relazione è un eco-sistema complesso, non un elenco di cause ed effetti.

Morin ci obbliga a rinunciare alla tentazione di ridurre.

Per Morin dovremmo saperci educare gli uni con gli altri sapendo che non elimineremo le incertezze delle nostre vite ma che è possibile però riconoscere le potenzialità generative; che è possibile coltivare una speranza che apprenda ad essere amica dell'incerto, dell'inatteso, dell'improbabile, che ci aiuti a riconoscere, nella nostra profonda incertezza quotidiana, i segni possibili di nuovi inizi già in atto.


"Se la previsione fa apparire le cose peggiori, la speranza va invece nel senso dell'improbabile e dell'inconcepito. Prima che avvenga a creazione è sempre invisibile, e noi dobbiamo scommettere su quell'invisibile"

(Morin,1981b-trad.it1990, p 304)

Edgar Morin una vita dedicata alla complessità- Blog di Pelosoficamente
. . . un ripensare il pensiero stesso. . .

Come dicevamo sopra, Morin non è un teorico astratto ma è stato un pensatore che chiedeva una cosa molto concreta: assumersi la responsabilità del proprio modo di pensare nella consapevolezza che ogni semplificazione è una rinuncia e, che ogni rinuncia, produce ciechi che credono di vedere.

La complessità non è difficile è solo scomoda perché ci costringe a rimettere in discussione ciò che credevamo stabile, ci obbliga a riconoscere che il mondo non è fatto per essere spiegato ma per essere attraversato, vissuto e compreso. Per abitare la complessità occorre avere il coraggio di disfare l'idea di sapere che è molto spesso il vincolo che ci impedisce di incontrare il mondo dell'altro da me, animale compreso.

Abitare la Complessità è un atto d'amore epistemico ed Edgar Morin ci ricorda che pensare è un gesto fragile; che ogni volta che crediamo di aver capito, forse, abbiamo solo semplificato e, che la conoscenza non è un trionfo ma un rischio; che abitare la complessità è un modo della forma del rispetto e del saper guardare nella melodia del silenzio. . .


Pensare poeticamente, per Edgar Morin, non significa abbandonare la ragione ma, al contrario, significa riabilitare la sensibilità del pensiero per poter personalizzare e rendere al meglio la capacità di trasferire quel modo peculiare.

Morin ha sempre sostenuto che la mente deve essere capace di sentire ciò che pensa perché la conoscenza, se non vibra, si irrigidisce e il pensiero poetico, nel suo senso più profondo, è un pensiero che connette poiché collega ciò che la logica separa, accoglie l’incertezza come parte del sapere e riconosce che ogni idea nasce da un’emozione, da un incontro, da un rischio.

Morin scriveva che la poesia è “la forma più alta della complessità” non perché sia decorativa, ma perché unisce il sapere e il sentire, la mente e la vita, la scienza e la meraviglia.


Pensare poeticamente, dunque, è un atto epistemico, è pensare con il mondo, non sul mondo; è lasciare che il pensiero si lasci trasformare da ciò che incontra.

"L’uomo e la morte" è un unicum della storia del pensiero in cui Morin attraversa una dimensione costitutiva e, al contempo generativa. Una riflessione che necessariamente va oltre l'evento biologico e attraversa la comprensione nella dimensione vivente, una dimensione che al contempo diviene restando in relazione nella forma della complessità che è presenza generativa, senza posa, e che ci impone di ripensare alla vita nella sua dimensione di circolarità e continuità che per sua stessa struttura genera l'amore stesso e questo, l'amore, non muore, non cessa e non chiude, trasforma.

Per Morin la vita non si chiude si trasmette, nei legami, nelle relazioni, nell’amore che continua a circolare tra gli esseri viventi. Un’eredità aperta la morte come parte della vita.

L’eredità di Morin non è un corpus da conservare, ma un compito da assumere: pensare la complessità del mondo contemporaneo senza cedere alla semplificazione.

Buon viaggio Professore. . .© Lorena Bianchi



16 commenti

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Membro sconosciuto
31 mag
Valutazione 5 stelle su 5.

Ciò che ho letto in questo articolo è ciò che avrei voluto vedere mettere in pratica nelle scuole. Il ragionamento critico che crea menti aperte alle mille variabili che gli eventi della vita ci fanno incontrare. Buon viaggio Professore💖spero che dalla nuova dimensione in cui si troverà, non ci abbandoni e cerchi di illuminarci verso il sapere. Grazie Lorena per avercelo fatto conoscere💞

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Membro sconosciuto
01 giu
Risposta a

Edgar Morin si è prodigato per questa causa, l'educazione, per tutta la sua esistenza. . .🌻

Grazie a te Simo per esserci💞

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Membro sconosciuto
31 mag
Valutazione 5 stelle su 5.

Bellissimo articolo che ti fa veramente pensare cosa di vero noi viviamo in questa vita.Edgard Moren sicuramente non è di facilile lettura per i più ma con l'aiuto di Lorena riusciamo a capire che a volte come spiega,pensare è un atto fragile ,forse abbiamo solo semplificato,che la conoscenza è un rischio,che la vita non si chiude ma si trasmette e questo fa bene al cuore pensarlo quando una persona viene a mancare. La morte come parte della vita che si trasmette nei legami.Quante volte capita di dire una cosa o fare un gesto e ricordare qualcuno che lo ha fatto per anni?

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Ospite
07 giu
Risposta a

Quel senso di vertigine diventa vita che si trasforma in saggezza...come tu insegni💞

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Membro sconosciuto
31 mag
Valutazione 5 stelle su 5.

Bellissim commento,mi piace molto artigiano della complessità infatti di non facile lettura magna volta cattura ti porta in mondo a parte

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Membro sconosciuto
01 giu
Risposta a

Non porta in un mondo a parte ma ti accompagna ad attraversare la vita🌻esser-ci

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Membro sconosciuto
31 mag
Valutazione 5 stelle su 5.

Buon viaggio Maestro

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Membro sconosciuto
01 giu
Risposta a

Buon viaggio Maestro🌻

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Membro sconosciuto
31 mag
Valutazione 5 stelle su 5.

🌻Un Grande Maestro con una profonda etica della conoscenza ci ha lasciato e da lui ereditiamo che la vita si trasmette, non si chiude e non si spegne...🌻

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