"Attivazione mentale"- "Problem solving"- "Attività ludiche" Impongono una domanda e un' attenta riflessione di "gioco" per divenire dignità e rispetto dell'altro-da-me...
- 26 feb
- Tempo di lettura: 18 min
Aggiornamento: 23 giu
"Dare la caccia all'elusiva natura del gioco", diceva Gregory Bateson, "finisce per trasformarsi essa stessa in un gioco dalla struttura a buccia di cipolla".
"Questi problemi astratti del gioco", dirà Bateson, "mi interessano perché vorrei scoprire i processi attraverso i quali gli esseri viventi si tirano fuori da soli dai pasticci". (Convegno Macy, 1995, New Jersey)

Se il canide vivesse in uno stato di libertà, o comunque in un contesto naturale o ecologico aperto anziché con noi nel nostro mondo urbano, si ritroverebbe spesso a dover svolgere prove cosiddette di "problem solving" e/o di "attività mentale". Il concetto stesso di "problema" o di "attività" semplicemente, cambierebbe radicalmente rispetto all'attuale contesto urbano, per lo più controllato dall'essere umano, in cui gli animali sono inseriti oggi.
In uno scenario naturale in quali occasioni, ad esempio, si attiverebbe mentalmente un cane per risolvere un problema o attuare una strategia?
Questa è una domanda fondamentale da non sottovalutare, che andrebbe estesa più in generale, a come si "pensa" agli animali e alla Vita sulla Terra.
Il Sistema Stocastico Naturale e la multidimensionalità
In Natura, l'animale opera in un sistema aperto e stocastico, governato da variabili probabilistiche e interconnesse rappresentanti le sfide quotidiane. Si ritrova. dunque, a dover fronteggiare ed escogitare, soluzioni e strategie volte a superare o risolvere problematiche e compiti che sono parte di una rete relazionale ed ecologica inevitabile.
Una reale attivazione mentale di un problema multidimensionale: trovare cibo in assenza di scadenze fisse, mappare topograficamente il territorio, gestire le distanze di sicurezza dai competitori o calibrare l'interazione o la metacomunicazione con i conspecifici e relative attività di altre strategie intrinseche.
Un animale che vive in natura, ogni giorno, deve risolvere il "problema" alimentare per esempio che non può prescindere dal bilancio energetico e dal rischio ambientale circostante.
In questo contesto ogni azione dell'animale modifica l'ambiente, il quale, invia un feedback immediato che costringe l'animale a rimodulare la strategia in tempo reale. Non esiste un algoritmo fisso e prevedibile per la risoluzione, l'animale costantemente opera un processo di rifrazione.

La Codifica del Contesto e l'Equilibrio della Rinuncia
L'animale libero deve costantemente codificare i cosiddetti meta-segnali dell'ambiente come ad esempio le variazioni climatiche, le tracce olfattive dell'ambiente o del gruppo sociale e, così via. In altri termini deve comprendere, continuamente, in quale tipo di contesto si trova prima ancora di agire.
Il "tirarsi fuori dai pasticci" in natura comporta quasi sempre la rinuncia di un obbiettivo immediato a favore di un equilibrio sistemico e superiore.
Evitare un conflitto sociale, o rinunciare ad una preda potenziale qualora il rischio di lesione fosse troppo alto sono esempi calzanti di questa dinamica.
Una dinamica questa che non è mera esecuzione istintuale, ma una precisa coordinazione strategica di profonda flessibilità biologica.
Vorrei ripetere come fa il Piccolo Principe nel celebre dialogo con la volpe:
"il tirarsi fuori dai pasticci", in natura, comporta sempre una rinuncia ad un obiettivo immediato a favore di un equilibrio sistemico. . .

Il terribile pasticcio della società liquida
A questo punto la domanda nasce spontanea: come pensiamo di uscire, noi umani, da questo "pasticcio" dell'immediatezza e del tempo contrattato che viviamo nella modernità contemporanea?
All'interno della società liquida descritta dal sociologo Zygmunt Bauman questo interrogativo resta un problema scomodo da affrontare. Resta, tuttavia, un terribile pasticcio, come direbbe Alice nel Paese delle Meraviglie sul quale è imperativo riflettere che ci piaccia oppure no.
Nel tempo della società liquida, la nostra modernità è caratterizzata da un pensiero lepre e superficiale, da uno scrolling veloce e privo di soste, dalla logica delle mode, dall'imperativo del tutto e subito, dal tempo reale e dall'immediatezza che, sostanzialmente, rappresenta tutto ciò che ci sfugge di mano. In questo tempo atomizzato e in questa società liquida ci sfugge di mano però che abbiamo trascinato coinvolto anche gli animali che vivono con noi. Quegli animali che noi abbiamo scelto di portarci a casa, si trovano oggi, intrappolati e arruolati all'interno di questo medesimo, terribile pasticcio. . .

Nel modello di vita urbano antropizzato, la maggior parte dei macro-contesti in cui gli animali sono inseriti oggi, è pre-determinata e resa rigida dagli esseri umani.
L'ambiente naturale trasformato a misura d'uomo, quello della modernità contemporanea che abitiamo, è un luogo dove il vivente perde la complessità e forse, anche la memoria ancestrale; è un luogo in cui si ha la sensazione di una costante perdita di autonomia e soprattutto di relazioni che è esattamente il luogo opposto in cui la Pelosophìa vorrebbe inserirsi.

Un contesto urbano, quello della nostra modernità attuale, che obbligatoriamente è posto dentro schemi di pensiero in cui i nostri animali sono inseriti. Schemi e contesti che devono coincidere anche con le nostre personali esigenze, anch'esse parte di uno schema; e al contempo, tutto questo deve combaciare anche con gli schemi di coloro con quali viviamo oltre a quelli del mondo sociale. E, se riusciamo bene in questo incastro caotico, ci dobbiamo inserire magicamente anche gli orari di attività del pet, il momento del pasto, il momento dei bisogni, quello del veterinario, i percorsi per le passeggiate, inclusi gli spazi di interazione, per lo più limitati e, infine, le regole da rispettare.
L'introduzione oggettuale delle cosiddette attività ludiche, i giochi di problem solving o di attivazione mentale, rappresentano un tentativo artificiale e artificioso, di compensare a quella drastica riduzione di complessità ecologica definita sopra.
Tali dispositivi replicano una logica puramente strumentale e performativa poiché in natura, l'attività mentale e strategica dell'animale è essenziale ed è un'esigenza sistemica intrinseca, dove il successo non è misurato dal raggiungimento del premio, secondo le regole del costruttore, ma dal mantenimento dell'omeostasi che genera una stabilità dinamica tra l'organismo e il suo intero ecosistema, non solo ambientale, ma anche sociale.
Quando diciamo che il cane si sta adattando alla vita urbana dobbiamo avere la consapevolezza di riconoscere che ogni adattamento comporta perdite-e-vantaggi. Non esiste un’evoluzione “gratuita”; ogni specie che si sposta in un nuovo ambiente deve adattarsi, lascia indietro qualcosa e acquisendo qualcos’altro, ed è un principio elementare dell’evoluzione, ma stranamente dimenticato quando si parla di animali domestici e soprattutto di cani.
Il cane urbano vive in un ambiente povero di stimoli naturali, di odori stratificati, di percorsi imprevedibili, di relazioni interspecifiche spontanee.
La città è un ambiente altamente antropizzato, regolato, prevedibile e spesso monotono. Questo comporta inevitabilmente una riduzione di alcune competenze che in natura sarebbero fondamentali quali la capacità di orientamento, di lettura raffinata del territorio, della gestione autonoma delle risorse e della modulazione delle distanze sociali.
Non si sta disegnando un dramma, né un'opinione, è un dato.
La perdita più evidente riguarda la complessità ecologica.

Gli studi scientifici multidisciplinari condotti sull'adattamento del cane all'ambiente urbano (processo bio-ecologico noto come sinurbizzazione) evidenziano come il passaggio dalla vita ecologica libera alla coabitazione densa di città e metropoli, abbia comportato un preciso bilancio evolutivo. Questo fenomeno è governato dal principio del trade-off- neuro-comportamentale, il fenomeno per cui l'acquisizione di tratti funzionali alla nicchia antropogenica richiede necessariamente la disattivazione o la perdita di competenze adatte alla sopravvivenza biologica indipendente. In altri termini, l'animale che abbiamo urbanizzato, e nello specifico il cane, nel processo adattativo, ha sviluppato vantaggi evolutivi che nessun altro canide possiede ma a discapito altre competenze che sono state compromesse.
Nella frenesia delle nostre giornate abbiamo tempo di riflettere sulla questione? Oppure non abbiamo tempo, né ci riguarda perché tanto è solo un cane? O peggio, preferiamo accreditare valore allo scrolling veloce sui social che hanno solo pochi secondi per catturare il vostro like e dirvi ciò che volete sentirvi dire?
Noi di Pelosoficamente abbiamo coltivato uno studio approfondito in merito e saremo lieti di condividerlo con voi; di seguito riporteremo solo una sintesi auspicando sia esaustiva per farvi riflettere sulla questione.
-Il cane urbanizzato ha Imparato a decodificare i segnali umani con una precisione che nessun altro antenato potrebbe mai raggiungere.
-Il suo adattamento lo ha spinto a modulare il comportamento in base a ritmi artificiali, quali rumori meccanici, flussi di persone, micro‑eventi urbani e così via.
-Ha costruito una forma di intelligenza relazionale che non ha precedenti nella storia evolutiva dei canidi.

Ad oggi, il cane esprime nell'ambiente urbano una capacità di decodificare il mondo umano che si è strutturata durante l'intero processo di domesticazione, trovandosi però inserito in un contesto che non è stato progettato per lui. E questo, da un punto di vista evolutivo, è straordinario.
In termini di svantaggi funzionali, la perdita riguarda la selvaticità, la complessità ecologica e la libertà di scelta. Perdite queste che, se guardate sotto la lente epistemologica, ci dicono che il cane urbanizzato ha scambiato l'autonomia cibernetica del sistema-organismo indipendente, che propriamente è la capacità di auto-regolarsi in un ecosistema naturale, con una formidabile integrazione nel sistema-coppia con l'essere umano, divenendo un elemento dipendente da una matrice relazionale esterna.
In altri termini l'adattamento del cane all'ambiente urbano si riassume con un bilancio strutturale tra la perdita dell'autonomia ecologica e l'acquisto di una iper-specializzazione relazionale con l'umano.
Sapete cosa significa questo?
Questa conclusione significa che questo fenomeno biologico, noto anche come trappola della domesticazione, o lock-in evolutivo, ossia blocco da co-dipendenza, si determina quando l'accoppiamento strutturale con la nicchia antropica diventa irreversibile con la nicchia antropica.
Vale a dire che l'animale cessa di essere un sistema biologico autonomo capace di "tirarsi fuori dai pasticci" da solo dalle perturbazioni ambientali, per diventare un sottosistema rigido che esiste e sopravvive solo se la matrice umana continua a funzionare come governatore esterno di quel meraviglioso giochino antropocentrico che abbiamo voluto.
Significa che ogni equilibrio ha un costo.
Il cane urbano non è un cane “snaturato” come talvolta si afferma con nostalgia romantica; è semplicemente un organismo inserito in un processo evolutivo reale, misurabile e documentato. Un animale che sta diventando qualcosa che non era e che non sarà mai più. E questo è un fatto.
La domanda fondamentale rimane: noi siamo all’altezza di questo cambiamento?

Si parla spesso di cane capace, ma noi esseri umani, siamo capaci?
L'attivazione mentale avviene ogni qualvolta un soggetto debba risolvere un problema, trovare una soluzione e attuare uno sforzo individuale, fisico o mentale per trovare una strategia che gli permetta di orientarsi al meglio in una determinata situazione. È in questo modo che l'organismo affronta una perturbazione ambientale che mobilita la propria flessibilità somatica e cognitiva, sfruttando il potenziale adattativo, (potenziale appunto, ma non programmato), i cui limiti biologici sono stabiliti dal patrimonio genetico.
Per Gregory Bateson il "Problem Solving", inteso in senso tradizionale, lineare e finalistico, costituisce un errore epistemologico fondamentale.
Il limite strutturale risiede nell'azione dello (conscious purpose) scopo cosciente: la tendenza della coscienza umana a isolare sequenze causali lineari all'interno di sistemi biologici e cibernetici che sono, al contrario intrinsecamente dinamici, circolari e interagenti.
La reale risoluzione di una crisi dentro un sistema relazionale interagente non può essere ottenuta ottimizzando le risposte all'interno dell'Apprendimento I (esempio ripetere un comportamento appreso), poiché richiede un salto di livello logico verso l'Apprendimento II e III, modificando le premesse profonde con cui il soggetto stabilisce la punteggiatura degli di eventi.
Il vero problem solving non è l'atto di trovare la risposta corretta (soluzione in sé) alla domanda (problema in sé), ma è nella capacità flessibile dell'essere vivente di cambiare la domanda quando la struttura delle regole genera una patologia o un blocco sistemico.

In altri termini, in questo frame la soluzione non va di certo cercata nel cane, il cui adattamento evolutivo è oramai vincolato alla nicchia antropica; la soluzione riguarda noi. Siamo noi umani che dobbiamo compiere quel salto logico per modificare la struttura delle regole che stanno generando il blocco sistemico.
Siamo noi che dobbiamo chiederci, appunto, se siamo capaci.
Quando falliamo nel modificare questa struttura di regole, l'impatto si riversa direttamente sull'agency. ossia sulla capacità del soggetto di agire nel mondo. Un cane, un gatto, un coniglio, un cavallo e così via, hanno agency quando possono influire sul loro ambiente, quando possono comunicare, scegliere, trasformare, ecc.
La perdita di agency è ciò che il vivente perde quando viene ridotto a mera funzione.
Qual è allora la funzione del cane oggi?
Qual è la funzione del cane non è una domanda banale, saremmo tutti chiamati a rispondere e saremmo tutti richiamati ad una responsabilità urgente e contingente.
In questo contesto in cui falliamo nel modificare la struttura di regole il cui impatto si riversa inevitabilmente nella vita di altri viventi, il significato profondo, come abbiamo visto, sta nel cambiare le domande e compiere lo sforzo di uscire dagli schemi di una grammatica profondamente distorta dalla machina antropocentrica che noi seguiamo come sulla giostra del luna Park, oramai ubriachi e assuefatti dai continui girotondi del mercato.
Senza uno spazio di reale flessibilità relazionale, il gioco stesso cessa di essere un generatore di possibilità evolutive e, non solo per gli animali. Ci si ritrova bloccati in una rigidità cognitiva e somatica che si caratterizza per un'inflessibilità strutturale nel cane, nell'animale, ma in generale nel vivente, noi compresi, che azzera i potenziali adattativi traducendoli in pattern comportamentali disfunzionali.

I dispositivi di attivazione mentale oggettuali a cui sottoponiamo i nostri animali, li costringono esclusivamente all'interno dell'Apprendimento I: un'informazione lineare in cui l'attività si focalizza su compiti meccanici, predefiniti in un set fisso. Per conseguenza logica viene attivato, un meccanicismo di compiti predefiniti e allenati, volti all'ottimizzazione di risposte all'interno di una contestualizzazione priva di variabili. Rimanendo in un asset strutturalmente rigido e distante dal problem solving evolutivo e biologico descritto da Bateson, come quello di cui abbiamo parlato riferendoci al gioco libero, dove la manipolazione delle regole, ad esempio, o del contesto, sono la chiave primaria.
Il cane è programmato come un sistema integrato e interagente in costante sinergia tra biomeccanica e neurobiologia, tra il dentro e il fuori di sé con una precisione sistemica impressionante. La privazione della flessibilità del frame a cui l'urbanizzazione lo ha portato e, conseguente grave perdita di autonomia del sistema è irreversibile e disfunzionale.
Continuare a ridurre un sistema complesso ad una forma di riduzionismo lineare, che vede lo scarico di energia o la necessità di un singolo bisogno come uniche vie per ridefinire l'omeostasi, è un errore di focalizzazione nella visione del sistema-cane, Questa visione è un approccio che confonde l'ottimizzazione di una variabile isolata, con la reale omeostasi sistemica.
Per farla breve, affermare che l'attività mentale e le attività connesse possono essere utili al cane urbanizzato perché lo riportano all'omeostasi equivale a dire che un termostato ha raggiunto l'equilibrio perché qualcuno ha tenuto bloccato la sua colonnina di mercurio con le dita. L'effetto visivo è simile, la temperatura del termometro, la calma apparente del cane, ma il circuito e la sua capacità biologica di gestire l'imprevisto e il cambiamento ambientale sono stati temporaneamente disattivati.
In altre parole quando sottoponiamo i cani agli esercizi alternativi e, a tutte quelle attività volte a sopperire alla noia, alla solitudine o alla mancanza di movimento, o al loro bisogno di riequilibrarsi (detto "scarico" in ambito cinofilo), o per riportarli a rivivere il suo stato di benessere strutturale originario, stiamo agendo come un tutore rigido su un sistema molto complesso e interagente, stabilizzando temporaneamente l'animale e incanalando tutta la sua attività mentale in un unico binario ristretto e prefissato. Così facendo, il cane consuma la sua flessibilità complessiva, anziché allenare le capacità del sistema-cane di produrre risposte autonome e fluttuanti per rimanere in equilibrio all'interno di un ambiente complesso.

I cosiddetti giochi di attivazione mentale sono un insieme, potenzialmente infinito, di attività in grado di favorire lo sviluppo di abilità specifiche, come la capacità di concentrazione, di riflessione, di autoregolazione, la gestione emozionale, l'utilizzo della zampa, del naso, della bocca o della memoria e, così via.
Il focus da tenere quando si affronta l'argomento dell'attivazione mentale, o del problem solving, o di qualsiasi attività definita oggi ludica, è ben sapere che in natura, nell'ecosistema interagente e biologico, tali strategie andrebbero a forgiare la personalità, l'esperienza personale e la stima del sé.
Se proponiamo attività mentali o giochi di problem solving e attività ludiche ai nostri animali dobbiamo eliminare dalla nostra testa il controllo, il comando e l'idea di esercizio in sé, poiché nulla di tutto questo sarebbe a beneficio del cane. Peggio ancora se utilizziamo queste strategie di attivazione mentale o ludiche che siano, per tenere occupato il cane, o per stancarlo o semplicemente per riempire il suo tempo mentre noi siamo fuori.
Propriamente, l'attivazione mentale non va intesa come un interruttore meccanico o una funzione cerebrale che si accende in modo lineare a fronte di uno stimolo prefissato.
Essa è piuttosto una proprietà emergente del sistema-cane che è anche una capacità biologica integrata che accade quando l'organismo (inteso come sistema integrato), interagisce attivamente. La sua complessità si manifesta proprio nella riorganizzazione stessa della mappa cognitiva a fronte di quella perturbazione ambientale/contestuale che non è visibile, né prevedibile prima ma che accade, emerge e, sulla quale, come suggerisce Edgar Morin, dobbiamo scommettere.

Nell'apprendimento II il focus non è sul consumo del cibo. che sicuramente porta appagamento al sistema cane, nemmeno sull'esercizio in sé o la performance, il fulcro è sul modo in cui il cane mappa l'inatteso, gestisce la frustrazione e riorganizza la propria struttura cognitiva e neuro-biologica insieme a fronte di un contesto fluttuante di cui anche noi siamo parte integrante e interagente. Siamo parte di un sistema che rimane aperto, insieme al cane, all'emergere di soluzioni creative non previste dall'umano e tantomeno pianificate.
Il Problem solving, in sostanza è la capacità di risolvere problemi, di trovare soluzioni e di far fronte a situazioni critiche; o ancora, è propriamente la capacità che si attiva nel sistema per trovare soluzioni creative, innovative e adeguate alla situazione o al contesto. Risolvere il problema significa pensare e ideare e creare una soluzione o un modo, analizzando una situazione mettendo in atto specifiche forme adattative che sono anche il primo passo verso il cambiamento.

È ideale muoversi in natura, dove i piccoli dettagli della passeggiata diventano essi stessi problem solving. L'errore comune è interporci tra il cane e l'imprevisto — come facciamo con i bambini —, bloccando la sua capacità di fare esperienza.
L'attività va proposta per puro piacere, senza l'ansia della prestazione: servono spontaneità, silenzio e tutto il tempo necessario al cane per comprendere in autonomia, senza mai mandarlo in frustrazione.
Ogni esperienza va cucita sul singolo individuo.
Credere che esista un manuale standard da social network in cui "se A, allora B" significa rimanere intrappolati nell'ennesima illusione lineare.
I giochi di problem solving non sono test di intelligenza o di abilità, ma strumenti per richiamare capacità innate legate all'etogramma di razza, utili a favorire la riflessione, la fiducia e la comunicazione nel contesto. Devono essere cuciti su misura sul singolo soggetto; se standardizzati, minano curiosità e autostima. Al contrario, se proposti nel rispetto dello spazio e del silenzio, si traducono in sicurezza, competenze e appagamento psicofisico.

Nelle foto due cani che si contendono un oggetto o un soggetto con un legno in bocca; la cinofilia tradizionale parla comunemente di "gioco" ma è un errore prospettico: il cane non gioca nel senso antropomorfico del termine, ma simula. La simulazione è una spinta biologica legata alla sopravvivenza, un allenamento, per essere competenti nella vita reale.
Gli animali simulano e si allenano per essere capaci, esperto e competente nell'eventualità e nella vita reale…

Richiama piuttosto l'accezione francese del verbo jouer: interpretare un ruolo dentro una cornice relazionale; ma non certo divertirsi.
Per gli animali, questa attività è una palestra integrata che affina tecniche di caccia, di lotta, di condivisione, di guardia, di allerta e di definizione dei ruoli sociali. È una struttura connettiva — una forma educativa naturale e culturale, che si implementa nel contesto, viene appresa, annusata e memorizzata.
Si tratta di una dinamica della complessità che si rigenera costantemente, trasformandosi in una trasmissione pratica, evolutiva e funzionale alla sopravvivenza.
Il significato profondo di Jouer: Ruolo e Spazio Meccanico. Giocare, nell'accezione francese del termine jouer un rôle(come spiego nel mio libro Oltre il muro del vedere, 2013), significa recitare un ruolo, interpretare una parte all'interno di una cornice. O, se preferiamo una metafora ingegneristica, possiamo pensare al "gioco" ( jeu ) in meccanica, quello spazio necessario tra due ingranaggi affinché possano muoversi senza bloccarsi ma in nessun caso si intende il divertimento o l'intrattenimento fine a se stesso.
Contendersi un oggetto è la simulazione di una precisa fase della sequenza predatoria (la contesa e la spartizione della preda), un atto con significati comunicativi e sociali profondi che variano costantemente a seconda del contesto e dei soggetti.

Smettere di credere che i cani giochino cambia davvero tutto e ci pone in una prospettiva più reale del mondo del cane e degli animali in generale…
Il cane non cerca intrattenimento.
Non vuole palline da rincorrere, trecce da masticare o peluche che stridono come un'oca isterica che non muore mai.
Non c'è nulla di divertente nel vederlo impazzire nel tentativo di distruggere quell'oggetto per farlo tacere, per farlo smettere di suonare senza mai poter completare la sequenza predatoria che si conclude con l'uccisione e il consumo della preda.
Non è divertente, anzi, è molto triste vedere un cane frustrato.
Questa dinamica non è un gioco è una vera frustrazione profonda che fa sentire il cane incapace, poiché nega, non solo la conclusione biologica dell'azione, ma implode nel sistema neurobiologico portando il cane ad un totale disallineamento, per conseguenza nega l'omeostasi del sistema-cane.
Dobbiamo imparare a vedere l'aspetto emotivo con una reale empatia proiettata nel suo mondo: il cane chiede senso, chiede senso del reale, del concreto e dell'appagante. Ha necessità di fare esperienza, di esplorare in ogni modalità possiate pensare, e desidera essere coinvolto, partecipe possibilmente in comportamenti e scenari naturali, ma soprattutto desiderano sentirsi utili. E, credetemi, quelle palline non hanno nulla di tutto questo e non possono nemmeno lontanamente essere pensate come un surrogato.
Le sue attività consistono nell’annusare, nell'esplorare, nell'imparare attraverso un linguaggio olfattivo che continua a modificarsi ora dopo ora, giorno dopo giorno. La sua attività abita nella relazione tramite la quale concretizza il suo mondo interagente con il contesto e niente di tutto questo è lontanamente un gioco; è semplicemente la vita del cane.
Il gioco è una cosa seria, ma forse per gli animali è davvero troppo seria per essere chiamata gioco. . .
Ciò che la cinofilia tradizionale e spesso anche l'etologia spaccia per gioco è solo l'iperattivazione del sistema di seeking (ricerca), un circuito motivazionale che non trova mai pace e che il cane esegue per compiacerci.
Il gioco regola equilibri e svela l'invisibile, ci informa delle differenze e ci mostra livelli di una struttura a buccia di cipolla; il gioco è una cosa troppo seria per gli animali per essere liquidata e definita nel nostro linguaggio.

È necessario rompere il paradigma del cane come eterno bambino, è un'infantilizzazione funzionale solo al marketing cinofilo che nega la dignità adulta e la complessità della specie.
Se accettiamo che i nostri animali non fanno attività ludiche nel senso umano del termine, ogni interazione si svela per ciò che è: un atto comunicativo ed esistenziale denso, strutturato e significativo.
Se incontrate un cane che non gioca, non è un cane problematico, è semplicemente un individuo adulto, competente e focalizzato sul senso reale della propria esistenza.
Il "giocare" per come noi lo intendiamo, è molto diverso dal significato che destiniamo agli animali; per loro non è gioco ma è una sorta di palestra che affina tecniche di caccia, di lotta, di condivisione, di guardia, di allerta, di socializzazione e di ruoli, di una comunicazione efficace che preparano e allenano l'individuo al rispetto e al meccanismo sociale divenendo, al contempo, preparazione, educazione e competenza, non solo esperenziale e comportamentale del soggetto, ma anche biologica e neuronale di quel soggetto! Divenendo la struttura che connette… Divenendo una forma naturale e culturale del saper vivere. Un saper vivere che necessariamente si implementa nel contesto e che viene imparata, trasmessa e annusata e ri-annusata e infine, memorizzata dal cane!
Una dinamica della complessità che si autorigenera senza posa divenendo parte di una trasmissione pratica e strutturale, evolutiva e trasformativa e, insieme, adattativa funzionale alla sopravvivenza e all'esistenza!

Esplorare, annusare, interagire, sperimentare o risolvere micro-problemi della vita quotidiana sono oramai attività che poniamo in un contenitore o, a cui destiniamo un tempo specifico con l'unico scopo di intrattenere il cane nel mondo urbano in cui lo abbiamo inserito. Ma anche in questo modo, seppur apprezzabile, queste attività così parcellizzate, non appartengono alla naturalità del cane. Tuttavia i cani, come tutti quegli animali che vivono con noi, sono formidabili nell'adattamento, nell'assecondarci e nel comprendere i nostri modi, le nostre abitudini, i nostri linguaggi; resta da chiedersi perché per noi umani sia, invece, così difficile accettare il loro modo autentico di essere cani.
Avete mai incontrato cani a cui viene presentata o lanciata una pallina e vi guardano come a dire: "questo per me non ha senso. . . Torno ad oziare". . .
Se dovesse accadere, sappiate che non è che non sappiano giocare, al contrario, sanno di sé, e, i cani non giocano!
Il gioco per come lo intendiamo noi, per il cane è frustrante, è uno spreco di energie ed è un'attività pensata per gli umani non per loro! Non dovete intrattenerli, dovete esserci, essere presenza e stare nella relazione e vi garantisco che non si annoieranno ma resteranno ad aspettarvi con estremo piacere e, nell'attesa ozieranno!
Cercate di oltrepassare la barriera della performance e addentrarvi nella relazione! Scoprirete che se non è gioco, è condivisione di un obiettivo: per il Golden Retriever ad esempio, il riporto non è gioco, è un patto tra specie!

Ciò che caratteristica una razza o, più in generale di una specie, se viene decontestualizzata e finanche abusato, si trasforma in un tic nervoso, in una stereotipia, in stress, e così via. Diventa una semplice risposta ad un comando ("vai" "cerca" "up" e così via) non l'espressione di gioia e dell'esserci in compresenza… Senza questa compresenza relazionale, l'equilibrio biochimico dell'intero sistema cane, viene profondamente alterato, innescando scompensi cronici che, non trovando una via di regolazione, possono sfociare in vere e proprie patologie sia comportamentali che fisiche.
Spesso i cani che non giocano vengono definiti annoiati, testardi, disinteressati o privi di legami; in realtà i cani non hanno un concetto simbolico-rappresentativo del gioco e, come dicevamo non cercano intrattenimento. Non hanno bisogno di stimoli artificiali, non traggono piacere né appagamento da attività prive di significato etologico poiché il cane è mosso dalla ricerca di esperienze sensate e utili per sopravvivere nel mondo. È un grave errore proporre al cane palline infinite, giochi rumorosi e altre strategie pensate per tamponare la noia, la solitudine o lo scarico energetico: si traducono solo in frustrazione, iperattivazione, stress, loop comportamentali e, più in generale, in profonda incomprensione. Se smettiamo di considerare il cane come un eterno bambino (o di sostenere la visione riduzionista secondo cui possiede un QI simile a quello di un bambino di due anni) e, smettiamo di credere che debba essere intrattenuto per evitare che si annoi, inizieremo finalmente a vederlo come l'individuo che è, con la sua dignità, la sua funzione selettiva e, soprattutto, con la sua specifica soggettività, peculiarità ed esperienza.
Questo implica, al contempo, prendere atto che noi non siamo i suoi proprietari o i suoi padroni, e nemmeno semplicemente i suoi compagni di vita. Noi siamo, in primis, i responsabili della sua esistenza.
Oggi manca l'alfabeto delle interazioni reali e oggettive; per questo spesso si deve attraversare la frustrazione, un'esperienza che ci fa sentire quasi nudi davanti al nostro animale, ma uscire dagli schemi e provare quel senso di vertigine scardinando ciò che crediamo di conoscere, e su cui costruiamo la relazione con loro, è determinante per la loro stessa esistenza. . .

Ammettere che il cane non gioca genera uscendo dagli schemi di pensiero provoca un senso di vertigine, ci costringe a prendere atto di anni di proiezioni antropomorfiche e false credenze. Osservare un Golden Retriever impegnato nel riporto svela uno sguardo focalizzato, una missione genetica che richiede connessione e dignità da cane da lavoro, non l'eccitazione esagerata e cinetica a cui spesso lo si costringe. Un individuo perennemente iperattivato da stimoli artificiali è semplicemente un cane fuori asse. Il cane non gioca: vive, comunica, collabora.
Questa conclusione ci riporta alla curiosità scientifica di Gregory Bateson e alla sua analisi della metacomunicazione animale. Bateson comprese che ciò che definiamo comunemente "gioco" è in realtà la capacità di stabilire una cornice psicologica (frame), una struttura stratificata — a cipolla — in cui le azioni linguistiche non denotano ciò che denoterebbero nella realtà quotidiana: il finto morso della lotta non è un attacco, la contesa dell'oggetto non è una predazione distruttiva.
Non si tratta di intrattenimento, ma di un raffinato meta-linguaggio. All'interno di questo spazio protetto, gli animali esplorano la relazione, negoziano i ruoli e mappano la complessità del contesto biologico e sociale. È un'istanza evolutiva finalizzata alla conoscenza profonda dell'altro, una dinamica strutturale decisamente troppo seria per essere ridotta al concetto umano di divertimento.
Lorena Bianchi © Pelosoficamente 2026
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Interessante
Davvero interessante, questa lettura porta a riflettere profondamente sul benessere animale e direi anche sul benessere umano, e cosi poter capire il loop di questo modo di vivere che crediamo perfetto ma di perfetto non ha nulla,mi auguro che in tanti leggano e un pezzetto alla volta possiamo migliorarci e migliorare e poter accedere piano piano ad una sana visione di cose in fondo ,basilari , ma lo abbiamo dimenticato
Grazie
Davvero interessante ,pure io credevo ,come penso tante persone,che il cane o anche altri animali,giocassero !nel modo appunto che noi umani crediamo.
Leggendo tutto cio mi chiedo ,ora, quando danno facciamo senza saperlo pensando forse di fare loro addirittura del bene ? Ma in realtà solo ,chiamiamoli,danni?
Grazie per queste vitali informazioni
Effettivamente spesso si vedono cani in loop con la pallina o altro. Volevo farti una domanda forse non propriamente pertinente all’argomento ma che mi è venuta mentre leggevo e cioè se pensi che l’interazione di cani di razze diverse quindi con diverse peculiarità possa essere più stimolante per loro o se basta la nostra attenzione nel fargli vivere esperienze correte come descrivi.